Attualità e Cronaca Rosa, Psicologia, Salute e consigli

Mobbing sul posto di lavoro. Ripercussioni psicologiche e aspetti giuridici – Storia di Luisa

07-11-2011

Mobbing sul posto di lavoro. Ripercussioni psicologiche e aspetti giuridici – Storia di Luisa

Il mobbing sul posto di lavoro è un problema spesso non riconosciuto. Ma frequentissimo e dagli esiti molto pericolosi.

 

LA STORIA DI LUISA. Luisa ora ci ripensa. Non è stato un anno facile. Ma per fortuna ne è venuta fuori. Tutto ebbe inizio 12 mesi prima, quando d’un tratto Luisa si rese conto che qualcosa non quadrava nel suo ufficio. Segretaria di uno dei dirigenti dell’azienda per la quale lavorava, aveva sempre dato il massimo, impegnandosi e comportandosi in modo irreprensibile. I superiori erano contenti di lei, con i colleghi tutto sommato andava d’accordo. Lo stipendio era adeguato e quindi non aveva nulla di cui lamentarsi.

Ma quel mattino si accorse subito che nell’aria c’era qualcosa di diverso. Primo fra tutti lo sguardo imbarazzato della sua collega Lucia. Di solito al mattino appena incontrate si salutavano cordialmente. Ma oggi no. Luisa cercò di non darci peso. “Avrà qualche problema” pensò, giustificando così il comportamento di Lucia. Una volta seduta alla sua scrivania e acceso il pc, aprì il suo cassetto per prendere la pratica lasciata in sospeso il giorno prima, urgente ed assolutamente da finire entro la mattinata, ma non la trovò. Provò negli altri cassetti ma niente. “Eppure mi ricordo d’averla messa qui” si disse mentalmente Luisa. Andò quindi ad aprire l’armadio dove venivano archiviati i faldoni. “Forse l’ho appoggiato qui….” guardò in tutti i ripiani ma niente. Si decise a chiedere alla sua collega. “Lucia, per caso hai visto la pratica Setim?”. Lucia per un attimo non risponde, poi, finalmente la guarda e cercando le parole le risponde che sì la pratica l’aveva vista, l’aveva proprio lei. “Come ce l’hai tu??” chiese stupita Luisa. Lucia si affrettò a chiudere quella imbarazzante conversazione. “Sì me l’ha passata il capo,  ha detto che forse è meglio che la finisca io“. Luisa rimase un momento in sospeso ripensando a qualcosa che forse le era stato detto il giorno precedente e che probabilmente poteva esserle sfuggito. Ma non le venne in mente nulla. Il non capire la situazione le dava un senso d’angoscia. Poi man mano che passavano i minuti cominciò a riprendersi e decise che una volta arrivato il capo avrebbe chiesto a lui le spiegazioni necessarie.

Il capo arrivò e al contrario degli altri giorno non si affacciò da loro a salutarle e andò dritto nel suo ufficio. Luisa continuò a percepire quel senso di inquietudine. Aspettò qualche minuto per dare il tempo al dirigente di sistemarsi e andò da lui. “Mi scusi signor Mancini, volevo sapere come mai la pratica che dovevo finire questa mattina è stata passata a Lucia“. L’uomo le lanciò uno sguardo feroce subito tramutatosi in bonario. “Luisa, nessun problema particolare. Ho pensato che avessi già molto lavoro da finire e quindi ho voluto alleggerirti“. Lavoro da finire?? sì due pratiche di cui una sola urgente. Assolutamente non convinta della risposta ricevuta Luisa tornò al suo posto. Guardò l’orologio e si girò verso la collega che subito girò la testa dall’altra parte.

Prese la seconda pratica e si mise al lavoro. Le ore passarono velocemente, tra telefonate e fax. Finito il suo lavoro lo portò alla firma dal suo capo che contrariamente al solito, non guardò subito i documenti me le disse di lascirli lì e che li avrebbe guardati più tardi. Rimase un attimo in attesa pensando di ricevere altri incarichi visto che non le era rimasto nulla da fare. Ma il capo non le disse niente. Allora Luisa si girò e tornò nel suo ufficio. Erano le 16.30, dopo mezz’ora andò a casa.

Il giorno successivo Luisa torna al lavoro, certa che i fatti del giorno precedente fossero stati solo un caso e fiduciosa e sorridente entra in ufficio salutando la collega. All’arrivo del capo che oggi invece si affaccia e le saluta, Luisa si prepara attendendo di essere convocata per ricevere qualche incarico. Passano 10 minuti, poi 15, poi venti, ma niente. Allora si alza e va dal dirigente. “Mi scusi signor Mancini” gli chiede Luisa “volevo sapere se c’è qualcosa che posso fare, ho finito la pratica di ieri e ora sono libera“. Lui la guarda e ci pensa un po’. Poi prende un libro che aveva sul tavolo e glielo porge “Ecco Luisa, per cortesia, fai una fotocopia di questo libro“. La donna guarda il libro, poi guarda il suo capo. Gli occhi interrogativi. “Ma…” accenna, e lui la ferma subito “È della massima urgenza cerca di fare in fretta“. Non le era mai stato chiesto di fare una cosa del genere. Poi il libro riguardava argomenti non attinenti il suo lavoro. “L’informatica per tutti” questo il titolo. “A cosa può servire una copia di questo libro? noi ci occupiamo di recupero crediti…” avviandosi verso la fotocopiatrice Luisa cominciò a ragionare ed a cercare di capire. Ma niente, non le venne in mente niente che potesse giustificare il lavoro assegnatole. Impiegò quasi tutto il giorno a fotocopiare. Dovendo anche dare la possibilità ai colleghi che avevano bisogno di utilizzare la macchina, passarono tutte e otto le ore.

Triste tornò a casa. Il giorno dopo salendo le scale incontrò una collega che di solito non vedeva mai perché lavorava due piani sotto e si incrociavano raramente. “Ciao Carla” le disse. “Ciao Luisa!” rispose la collega. “Cosa fai qui?” le chiese Luisa. Carla la guardò stupita e poi le disse un po’ divertita: “Ma come non lo sai? Sono stata trasferita nel tuo ufficio!” Ah sì?” le disse Luisa. “Sì sì certo” disse ancora Carla. “Al posto di Lucia?” le chiese Luisa. A quel punto Carla si fece seria. “Ma come al posto di Lucia… al tuo posto“.

Un brivido di freddo percorse la sua schiena. La testa prese a girare. Abbozzò un sorriso di circostanza, tentando di mascherare la disperazione. La salutò velocemente e corse nel suo ufficio. Trovò il suo tavolo ingombro delle cose di Carla, altre scrivanie non erano state aggiunte. Si precipitò dal suo capo che stranamente quella mattina era già arrivato. Subito chiese spiegazioni. “Cara Luisa, siediti“, le disse il dirigente con fare falsamente rilassato. “Insieme a Direttore generale e al responsabile del personale abbiamo pensato di darti un nuovo incarico. Ci sarebbe l’archivio da sistemare. È tanto tempo che l’archivista è andato in pensione e nessuno ha preso il suo posto. Sarebbe il caso di occuparsene“. Archivio?? Quando mai si era parlato di archivio? Un’impiegata della ragioneria che c’entra con l’archivio? “Ma, scusi Mancini, ma perché proprio io? c’è stato qualche problema col mio lavoro? mi faccia capire…” ma lui la fermò subito: “No no si figuri, tutto apposto. Abbiamo semplicemnte pensato a lei. Dopo tutto qualcuno dovrà pur fare quel lavoro….”

E fu così che Luisa si ritrovò senza neppure capire come, in archivio. I locali adibiti erano situati nel seminterrato. Le finestre non filtravano molta luce e le grate la diminuivano ancor di più. La donna cominciò a guardarsi intorno. Trovò su un tavolo una pila di faldoni evidentemente consultati e non rimessi al proprio posto. Su un altro tavolo altri raccoglitori di documentazione più recente. Cominciò a smistare e prese a sistemarli.

Per finire tutto l’arretrato ci impiegò una settimana. Alla fine del lavoro, tornò dal suo capo per informarlo.

Buongiorno signor Mancini. Io avrei finito in archivio. È tutto in ordine.” Molto bene Luisa, perfetto“. E riprese a lavorare. “Mi scusi” parlò ancora la donna. “ma ora che devo fare?”. Lui la guardò tra il divertito e lo stupito. “Ma come che devi fare… torna in archivio!“. Luisa riprese “Ma il mio lavoro è finito!”. Ma sicuramente tra un po’ ne arriverà altro!” le disse il dirigente. Luisa rimase impietrita. “Arriverà altro? Ma che significa? Che arriveranno i colleghi consulteranno i faldoni, non li rimetteranno al loro posto e li dovrò sistemare io?” pensò. Fece per chiederglielo ma si trattenne. “Ma…. niente niente“. Chiuse la porta e tornò in archivio.

Da quel giorno Luisa cominciò il suo calvario fatto di giornate senza lavoro. Per far passare il tempo prese a spolverare i faldoni e gli scaffali. Una volta finito prese a prendere un raccoglitore alla volta ed a sistemare la documentazione all’interno in ordine cronologico. In alcuni momenti le sembrava anche di trovare un senso a quello che stava facendo. In altri, la disperazione prendeva il sopravvento. Ogni tanto scendeva qualche collega a prendere o lasciare faldoni e sorridendo la salutavano divertiti.

La solitudine e l’angoscia cominciarono a farla star male. Ma non solo mentalmente anche fisicamente. Una stanchezza continua le toglieva le energie. Avendo bisogno di lavorare per avere uno stipendio, cercò di sopportare e di non dar peso al malessere che sempre più la colpiva. Provò a cercare un altro posto, ma con la crisi economica in atto era ben difficile trovare un posto che le desse lo stesso livello retributivo di quello attuale. Si fece coraggio e cercò di non farsi condizionare.

Fino a quel giorno quando, seduta alla scrivania dell’archivio si sentì morire. Il cuore a mille che ogni tanto sembrava fermarsi. Il respiro affannato la testa che girava… chiamò al telefono un collega che corse da lei e chiamò un’ambulanza. Al pronto soccorso le dissero che non aveva niente, molto probabilmente si trattava di un attacco di panico.

Il medico le diede un periodo di malattia per ristabilirsi. Passati 10 giorni tornando al lavoro, Luisa riprende a sentirsi male e questa volta si sente proprio una gran voglia di piangere e di farla finita. Esce prende l’auto e comincia a correre a gran velocità. Frenò ma troppo tardi. Il camion non l’aveva proprio vista. Impiegò circa un mese in ospedale a guarire di tutte le ferite causate dall’incidente.

Lo psicologo che la controllava ogni giorno, le spiegò che molto probabilmente era stata colpita da una forte forma depressiva a causa dello stress causato dalla situazione lavorativa. Il quale le aveva causato anche gli attacchi di panico.

Una volta a casa durante il periodo di convalescenza, Luisa, sentito il sindacato, decise di far causa alla sua ditta per mobbing. I suoi datori di lavoro evidentemente volevano liberarsi di lei, ma non avendo motivi per un licenziamento avevano creato le condizioni per spingerla ad andarsene volontariamente. Nei casi accertati dal giudice si ha diritto ad un risarcimento.

Intanto ha cominciato anche a cercare un nuovo lavoro. Perché con quelle persone che gli hanno fatto così male non vuole vedere mai più.

 

ASPETTI CLINICI PSICOLOGICI DEL MOBBING.

Considerata la consistenza del fenomeno, oltre agli aspetti legali, è importante anche descrivere gli aspetti psicologici che entrano in gioco e le conseguenze a cui il mobbizzato va incontro.

La condizione psicologica tipica di quest’ultimo è facilmente desumibile: di fronte ai ripetuti attacchi è assalito da un senso di isolamento, di svalutazione, di inadeguatezza e di estromissione dai colleghi.

Non è semplice mettere in relazione disturbi come il mal di testa, le difficoltà di digestione e gli attacchi d’ansia con la pessima situazione lavorativa quotidiana. È per questo motivo che la vittima spesso attribuisce solo a se stesso la responsabilità delle sue difficoltà tanto da arrivare a soffrire di seri disturbi psicosomatici e danni all’autostima.

Le conseguenze di questo meccanismo vizioso non sempre sono superabili con facilità proprio perché i fattori che contribuiscono a questa reazione psico-fisica sono innumerevoli, non ultimi i tratti del carattere e la capacità di reazione emotiva a situazioni del genere.

L’altra figura primaria è il mobber: un caso tipico di disturbo narcisistico “terminale”, indifferente all’esistenza degli altri, in preda a fantasie di successo, potere, fascino e bellezza, con pretese di ammirazione costante, borioso ed invidioso, che vessa i propri sottoposti o colleghi per scopi che nascondono motivazioni psicopatologiche profonde.

Un mobber, statisticamente parlando, può essere:

  • frustrato: tanto da scaricare i suoi problemi sugli altri;
  • istigatore: amante delle cattiverie gratuite;
  • megalomane: affetto da una visione distorta della realtà;
  • narcisista perverso: scarica sugli altri il proprio dolore e le contraddizioni che vive internamente e che rifiuta di considerare.

Il concetto di “dolore” è importante per comprendere come l’incapacità di avvertirlo, neanche come disagio, spinge il mobber a perseguitare gli altri.

Le conseguenze psicologiche delle vittime di un fenomeno talmente vasto e intricato come il mobbing sono da ricondurre a svariati aspetti della vita delle persone coinvolte: i primi effetti sono osservabili, dopo un intervallo di tempo variabile, in manifestazioni nella sfera neuropsichica.

Molto più precoci sono i segnali psicosomatici come la cefalea, tachicardia, problemi gastrici, dolori osteoarticolari o disturbi dell’equilibrio.

A livello emozionale si possono presentare: ansia, tensione, disturbi del sonno e dell’umore; a livello comportamentale invece si può cadere nell’anoressia, nella bulimia o nella dipendenza da farmaco o altre sostanze.

Se la situazione di mobbing è duratura, oltre a concorrere allo sviluppo di patologie più serie a sfavore di organi specifici, i sintomi possono anche organizzarsi in disturbi psicologici come il disturbo dell’adattamento, il disturbo post-traumatico da stress ed il disturbo acuto da stress.

Viste tali conseguenze, la condotta più spesso adottata risulta essere la richiesta di un aiuto psicologico che abbia come obiettivo una maggiore e più lucida coscienza delle situazioni che si vivono, l’acquisizione delle capacità di poter adottare migliori strategie difensive contro gli aggressori e soprattutto la possibilità di combattere il loro malessere e allentare, se non bloccare, il mobbing.

Anche le conseguenze comunitarie devono essere degne di nota: la perdita dell’autostima e del ruolo sociale comporta difficoltà relazionali e l’impossibilità di nuovi inserimenti lavorativi.

Tali guai sul posto di lavoro, traducendosi in tutti i problemi psicologici sopra menzionati, si ripercuotono anche all’interno dell’ambito familiare fino a causare separazioni e divorzi, disturbi nello sviluppo psicofisico dei figli e disturbi nelle relazioni sociali.

E le conseguenze sociali riguardano tutti noi: il SSN si carica di onerosi costi per terapie mediche o addirittura ricoveri nei casi più gravi e lo Stato sopporta gravosi oneri sociali collettivi con premature pensioni di invalidità derivanti da somatizzazioni corporee e alterazioni della personalità derivanti da anni di terrorismo sul posto di lavoro.

 

ASPETTI GIURIDICI (Fonte Wikipedia)

“Questa pratica è spesso condotta con il fine di indurre la vittima ad abbandonare da sé il lavoro, senza quindi ricorrere al licenziamento (che potrebbe causare imbarazzo all’azienda) o per ritorsione a seguito di comportamenti non condivisi (ad esempio, denuncia ai superiori o all’esterno di irregolarità sul posto di lavoro), o per il rifiuto della vittima di sottostare a proposte o richieste immorali (sessuali, di eseguire operazioni contrarie a divieti deontologici o etici, etc.) o illegali.

Per potersi parlare di mobbing, l’attività persecutoria deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico”.”La pratica del mobbing consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Ad esempio: sottrazione ingiustificata di incarichi o della postazione di lavoro, dequalificazione delle mansioni a compiti banali (fare fotocopie, ricevere telefonate, compiti insignificanti, dequalificanti o con scarsa autonomia decisionale) così da rendere umiliante il prosieguo del lavoro; rimproveri e richiami, espressi in privato ed in pubblico anche per banalità; dotare il lavoratore di attrezzature di lavoro di scarsa qualità o obsolete, arredi scomodi, ambienti male illuminati; interrompere il flusso di informazioni necessario per l’attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull’accesso a Internet); continue visite fiscali in caso malattia (e spesso al ritorno al lavoro, la vittima trova la scrivania sgombra).

“Il mobbing è un sistematico processo di “cancellazione” del lavoratore condotto con la progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali indispensabili allo svolgimento di una normale attività lavorativa. Altri elementi che fanno configurare il mobbing, possono essere “doppi sensi” o sottigliezze verbali quando si è in presenza del collega oggetto di mobbing, cambio di tono nel parlare quando un superiore si rivolge al collega vittima, dare pratiche da eseguire in fretta l’ultimo giorno utile”.

“La giurisprudenza dispone più frequentemente e facilmente il risarcimento del danno biologico, ma non del danno morale; il mobbing deve aver procurato una delle malattie documentate in letteratura medica per avere diritto a un’indennità dall’azienda”.

 

UN FILM PER CAPIRE MEGLIO COS’È IL MOBBING. Si consiglia la visione del film Mi piace lavorare (Mobbing) prodotto nel 2003 e diretto da Francesca Comencini, con la bravissima Nicoletta Braschi.

Paola Totaro e Cristina Colantuomo

cosa ne pensi?