Gravidanza, Psicologia

Gravidanza: psicologia premaman – impariamo a conoscerla

13-06-2011

Gravidanza: psicologia premaman – impariamo a conoscerla

La gravidanza è una tappa naturale nella vita di una donna, una rivoluzione corporea e familiare così radicale che diventa normale cercare tra amiche, conoscenti, in TV o su internet consigli e suggerimenti per affrontare al meglio questo meraviglioso momento della vita di una donna. Vi siete mai chiesti qual è il punto di vista delle scienze psicologiche sull’argomento? Proviamo a sbirciare con “occhio clinico”.

 

La gravidanza, e in particolar modo la prima gravidanza, è considerata in psicologia come un momento di crisi, intendendo per crisi una modifica della normale routine e l’insieme dei cambiamenti che la donna deve affrontare dopo la nascita di un figlio:

 

  • a) Un processo di riassestamento globale della personalità. La donna si trova alle prese con l’esigenza di tentare di conciliare il rapporto “immaginario” e reale tra se stessa, il bambino in arrivo ed i legami per lei più significativi. Questa conciliazione implica necessariamente una revisione ed un riassestamento significativo nelle strutture che costituiscono l’identità;
  • b) Una “confusione d’identità”. La confusione normale che può avvenire per la compresenza di 3 aspetti specifici in collisione: l’immagine di sé come DONNA creata durante tutti gli anni antecedenti alla gravidanza, l’immagine di sè come MAMMA e quindi in rapporto all’idea di figura materna che si è costruita sulla base dei processi di identificazione con la propria madre e l’immagine del FIGLIO in arrivo e con la quale tende ad identificarsi come risultato della tendenza a rivivere il rapporto infantile che aveva con la propria madre;
  • c) Una “malattia fisiologica”. Nelle prime fasi della maternità è presente quella che Winnicott ha definito “preoccupazione materna primaria” cioè quello stato psicologico caratterizzato dalla profonda e assorbente partecipazione della madre alle fantasie e alle esperienze del figlio. E’ uno stato d’animo non del tutto negativo ma adattivo che tende ad attivarsi negli ultimi tre mesi di gravidanza fino ai primi tre mesi di vita del bambino e consente alla madre di comprendere i bisogni del proprio figlio e di rispondervi in modo adeguato e contingente. La persistenza di tale stato affettivo ed emotivo può però compromettere il funzionamento psichico della madre, determinando un ritiro dalla realtà che può incidere sull’insorgere di quadri clinici depressivi nel periodo del post-partum.

 

Quest’ultimo aspetto è quello che più interessa i professionisti del settore perché è la base per strutturare un intervento psicoterapeutico. La mancata accettazione della gravidanza e l’incapacità di identificarsi e riconoscersi come madre possono presentarsi molto più spesso di quanto si creda, anche in donne che prima di allora non avevano mostrato disagi psicologici particolari. Tali vissuti sono determinati da vissuti psichici conflittuali (sia coscienti che non), legati alla struttura di personalità ed alle esperienze affettive precoci ma anche da un contesto ambientale, culturale e socio-relazionale negativo, problematico, non supportivo e difficoltoso.

 

Una gravidanza porta con se tanti cambiamenti anche a livello di abitudini, rapporti personali e condizione sociale e lavorativa. 9 lunghi mesi in cui tutti i cambiamenti ed il concepimento stesso è percepito come un qualcosa di non desiderato, che crea stress o un’esperienza traumatica per mille motivazioni, può avere ripercussioni talmente destabilizzanti sulla psiche della donna da causare l’insorgenza di difficoltà e di problematiche psicologiche tali da richiedere il consulto di uno psicologo.

 

Durante la gravidanza uno dei compiti che la donna deve affrontare è proprio la costruzione di un’immagine del bambino e di una rappresentazione di sé come madre: parliamo delle normali previsioni che si fanno sulle caratteristiche temperamentali e fisiche del bambino che sta arrivando. Queste fantasie si basano su esperienze di rapporti vissuti con altre persone: Stern le chiama “schemi di essere con”. Ognuno di questi schemi ci descrive l’immaginario dell’essere con qualcuno in una determinata situazione della vita quotidiana e si basano quindi su schemi relativi al bambino, al marito, alla propria madre, alla famiglia di origine, a se stessa. È importante quindi che ci sia un buon rapporto sin dall’inizio con l’idea di

 

Questo meccanismo non ha fine con il parto ma continua ad essere presente nel corso dello sviluppo del bambino e sembra, anzi, che abbia un ruolo determinante sia per lo sviluppo psichico del figlio, sia per la relazione che si stabilisce precocemente tra la madre e il bambino. È infatti uno scambio molto equo: con la nascita del bambino, la madre organizza e regola il mondo del bambino (ad esempio i cicli di sonno-veglia e fame-sazietà) e contemporaneamente il bambino aiuta la madre a riorganizzare il suo mondo di rappresentazioni.

 

Ho scritto questo articolo con l’aiuto della collega Dott.ssa Paola Armenti.
Dott.ssa Cristina Colantuono
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